ASSOCIAZIONE CULTURALE LARGO DEI NAVIGANTI

ISCHIA (NA)

L’associazione culturale “LARGO DEI NAVGANTI” è nata ad Ischia nel mese di luglio del 2005, da un idea di un gruppo di “mandraioli”, abitanti della “mandra”, conosciuta dai più come Spiaggia dei Pescatori.
L’avvenimento storico che ogni anno si propone, rievoca il periodo durante il quale l’isola risentì delle incursioni dei pirati e delle navi corsare berbere – nel 1543 e nel 1544 Khayr al-Din, detto il Barbarossa, mise l’isola a ferro e fuoco e fece 4.000 prigionieri.
La manifestazione, che quest’anno 2014, ha raggiunto la undicesima edizione, è cresciuta di anno in anno e vede la partecipazione di centinaia di figuranti.
Comincia con il corteo in abiti dell’epoca che si sviluppa dal borgo di Ischia Ponte, dominato dall’antico Castello Aragonese, fino a raggiungere la “Torre del Molino”. La punta del Molino e gli scogli delle “carcare”, segnano l’estrema punta della colata lavica che nel 1301 si riversò in mare partendo dall’attuale frazione del comune di Barano d’Ischia denominata Fiaiano. In questa zona vi è l’edificio che per lungo tempo è stato adibito a carcere e che precedentemente doveva essere stato proprio un mulino: in tal modo è disegnato nelle mappe del XVI secolo in poi e, con tanto di guardia armata, è indicato anche nel diario settecentesco di Iacono Perruoccio che, nel 1747, annota l’esecuzione di una giovane donna colpevole di omicidio sulla forca issata proprio nei pressi del “mulino”.
La rievocazione si tiene nei giorni 7,8 e 9 settembre, e coincide con la festa della “Bambnella”, ovvero della Madonna Bambina, che si festeggia appunto l’otto di settembre.
Nell’ultimo giorno si rappresenta quello che la storia racconta. Delle scorribande, terribili e funeste, che i
Saraceni “LI SARRACIN’ “ portavano costantemente ai lidi dell’isola d’Ischia e, purtroppo, anche la contrada della Mandra fu vittima di questo o di questi nefasti eventi.
La contrada era rappresentata dal caratteristico villaggio di pescatori che tutt’oggi esiste ancora; fatto di abitazioni, balconi, logge, scale e, tanto tempo fa, a difesa dello stesso, esisteva una torre di avvistamento distrutta purtroppo nel tempo da forti mareggiate, per dare allarme al popolo da eventuali attacchi provenienti dal mare, portati, appunto, dai saraceni, termine che inizialmente designava solo una popolazione della penisola del Sinai e che poi era arrivato ad indicare tutti i popoli arabi.
Prima di procedere al racconto, è bene premettere che nella notte del 13 giugno 1558 una flotta saracena di 116 triremi, capitanata dal sanguinario Khayr al-Din ( Ariodeno per gli italiani) soprannominato “barbarossa” prescelto dal sultano quale “ Pascià di mare” ossia grande ammiraglio, entrava nel golfo di Napoli, sbarcava sull’estrema punta della penisola e si dirigeva a Sorrento dopo aver saccheggiato e depredato la cittadina di Massa e i casali indifesi dei dintorni. Parte delle navi giunsero nei pressi di Sorrento; sebbene la città fosse protetta da solide mura, gli invasori trovarono la complicità inattesa di un servo ottomano, che aprì loro la porta della Marina Grande. Entrati nella città immersa nella quiete notturna, la occuparono senza trovare resistenza e vi fecero una strage miseranda di uomini e cose, uccidendo barbaramente gli abitanti, specie i vecchi, arrestando e caricando sulle navi, come dice un’antica cronaca “ grande moltitudine di nobili e popolani, uomini e donne, ragazzi e ragazze, monache e chierici, riducendo le chiese a spelonche di ladri, aprendo i sepolcri, spezzando statue ed immagini di santi, rubando le campane “ e distruggendo tutto ciò che non poteva essere asportato. Questa cruda cronaca, sebbene è storia, vi fa capire maggiormente di quali nefandezze erano capaci “ I SARRACIN’ ”.
Ma il terribile Khayr al-Din non si limitò a questa scorribanda, anzi ordinò a quattro sue agguerrite navi, capitanate da un suo fido raìs, di procedere, in ricognizione, verso quella isola che aveva intravisto al calare delle tenebre, era, purtroppo la “ nostra “ Ischia.
Era il 14 giugno del 1558 ed il piccolo villaggio ischitano della contrada “Mandra” iniziava a trascorrere una tranquilla serata: i ragazzini giocavano allegramente; alcuni pescatori rimasti a terra parlottavano tra loro raccontando vecchie battute di pesca, altri si apprestavano a calare in mare le reti “ o sciaughiell’ ”, mentre altri rammendavano vecchie reti; le comari, chi sulle logge, chi sui balconi su gustavano la serata, altre, sedute fuori dai propri usci, discutevano del più e del meno ed altre ancora lavavano i panni ai piedi della scogliera.
Ma, anche se la serata scorreva allegramente, si avvertiva nell’aria uno strano silenzio, terribile, tanto che anche il mare sembrava che non ritmasse la sua vita con il frangere delle onde; gli occhi di tutti, allora, guardarono con apprensione le vedette poste sulla torre d’avvistamento nella speranza di non udire un grido, questo grido, spaventoso, funereo, che, ahimè, squarciando le lievi tenebre, arrivò:
“ A l’armi, a l’armi, li campani sònanu,
li Turchi so arrivati alla marina! “
Tutti, o quasi tutti scapparono, mentre, volgendo lo sguardo a mezzogiorno, ecco apparire distintamente la funesta sagoma di uno “ sciabecco “ saraceno con l’altra barca d’appoggio, mentre le altre due imbarcazioni, non viste, presero altra via per sbarcare indisturbate su altra spiaggia. In meno che non si dica, sia lo “sciabecco che l’altra imbarcazione erano arrivate fuori alla marina; lo sciabecco ingaggiava dura battaglia con gli occupanti della torre mentre l’altra imbarcazione, battagliando anch’essa, si apprestava a sbarcare sulla spiaggia. Nessuno poteva opporsi a queste furie umane anche se gli uomini posti sulla torre, dopo aver chiuso il ponte levatoio, combattevano con accanimento; ma tutto fu inutile in quanto i Saraceni riuscirono a sbarcare, mentre altri, come detto, scesi su lidi limitrofi, sbucavano come diavoli impazziti dai vicoli ed altri ancora uscire come pesci inferociti dalle acque marine, accompagnati da musica assordante di tamburi ed incitati al voce dal grido “La Ilaha Illa Illah” (Dio è Dio), per compiere tutto quello che la cattiveria del loro animo consentiva recando morte, saccheggi, incendi, e soprattutto rapire i giovani per poi venderli come schiavi nei mercati o chiederne riscatto. Lasciata funerea scia di morte ripresero indisturbati il largo con i loro bottini festeggiando al largo dell’incendiato borgo.
Sicuri di un loro non ritorno gli abitanti del borgo si riversarono sull’arenile e le donne, davanti ad un figlio morto, un padre, un fratello, tenendoli stretti al petto accarezzando quegli occhi, quei capelli, quelle mani ancora calde sebbene morte pregarono, con gli occhi pieni di lacrime, gli uomini scampati alla morte di approntare velocemente i gozzi, prendere il largo ed inseguire i saraceni per cercare di recuperare perlomeno i ragazzi rapiti, unici veri tesori per quelle famiglie.
In meno che non si dica ecco partire dalla spiaggia due gozzi mentre altri due gozzi, tornando dalla pesca e capito il grave danno arrecato, bloccarono i saraceni, e tutti gli occupanti dei quattro gozzi li affrontarono con grande coraggio e cattiveria.
La lotta sebbene impari fu cruenta e la cronaca racconta che “Il cozzo delle prue, il giuoco delle macchine e la furia dei fuochi dettero inizio alla battaglia, che si venne facendo sempre più furibonda per il coraggio dei combattenti uomini del borgo. Presi all’arrembaggio i legni musulmani, essi erano balzati sulla tolda affrontando con remi, mazze e pietre i Saraceni, che si difendevano sciabolando con le loro scimitarre o manovrando sottili lance di bambù, aventi alle punte cuspidi triangolari di ferro. Alcuni uomini, da ambo le parti, colpiti a morte, cadevano in acqua. Il mare si stava colorando di rosso. Ma in quella sera gli arditi uomini del Borgo sembravano più di cento tanto che un legno musulmano stava quasi affondando, mentre lo “sciabecco”, nave comandante, sotto questa scatenata furia, tentava di virar di bordo o di forzare le vele per mettersi in salvo.”
La lotta si metteva male anche perchè le altre due barche saracene, come erano arrivate furtivamente, così erano scomparse e, quindi, non avendo ulteriore supporto difensivo, il raìs saraceno ordinò, per fuggire da sicura morte, di buttare i giovani prigionieri in acqua per rendere in tal modo le operazioni di fuga più spedite e le barche più leggere.
Sconfitti ed umiliati i saraceni, con vigorose palate, scomparvero dalla vista mentre i giovani prigionieri a nuoto raggiunsero la vicina spiaggia e, come toccata la riva, vennero abbracciati da tutto il popolo per lo scampato pericolo.


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